Patriziato di
Cevio - Linescio

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Da deposito di carte vecchie a insieme di carte vive

Tra le date memorabili di una comunità si dovrebbero inserire non solo quelle che coincidono con la realizzazione di grandi opere proiettate al futuro, ma pure quelle concepite per rinsaldare i legami con il passato, per evitare che l'oblio cancelli la memoria delle nostre origini. Il riordino dell'archivio patriziale di Cevio-Linescio, effettuato da Bruno Giovanettina tra il 2007 e il 2010, è quindi una buona notizia, da annoverare tra quelle importanti. La conservazione e la valorizzazione dell'archivio storico degli enti pubblici locali è oggi generalmente un tema e una preoccupazione che passa in second'ordine nell'agenda dei pur solerti amministratori, maggiormente occupati ad affrontare i problemi di ogni giorno e a prospettare opere di sviluppo. Se in passato l'archivio, contenente i documenti manoscritti che regolamentavano la vita comunitaria e la gestione del territorio, era conservato con estrema cura e con rigorose misure di sicurezza (come oggi faremmo con beni preziosi da mettere in cassaforte), nel corso del Novecento è stato troppe volte abbandonato all'incuria con gravi conseguenze. Parecchi archivi pubblici, vittime del bisogno di far “ordine”, dell'ingordigia dei collezionisti e del disinteresse di chi doveva sorvegliare, ne sono usciti malamente, amputati di interi settori e mancanti di documenti rari e preziosi.

Monsignor Martino Signorelli, autore della “Storia della Valmaggia” i nostri archivi li ha visitati tutti, proprio nel momento di maggior trascuratezza, e – da storico appassionato qual'era – si è reso conto della loro fondamentale importanza per capire chi siamo e da dove veniamo, come pure del pericolo incombente di perdere un patrimonio insostituibile. Con tono pacato, venato da un filo di amaro umorismo, ricordava di come aveva trovato gli archivi locali e ammoniva dicendo: "Ma asciutti, se ben ricordiamo, erano tutti, il che è già molto, e sottochiave e difesi dai topi, il che non è meno importante! Importante, però non sufficiente. Anche dagli uomini sarebbero da difendere queste preziose cose".

Ogni archivio è lo specchio della comunità che lo ha costituito, del territorio sul quale si viveva e delle vicende che travalicavano i confini locali, fino a toccare le terre più lontane raggiunte dall'emigrazione. L'archivio patriziale di Cevio assume una particolare importanza, perché la storia di quel villaggio va oltre la scala locale e ha influito su taluni temi e su aspetti particolari, oggi, senza dubbio, maggiormente documentati sul territorio che non nell'archivio stesso. La storia d'altronde non si fa solo con i manoscritti. La storia di Cevio la si può ritrovare e leggere anche camminando per il villaggio, da una frazione all'altra. Sono testimonianze concrete che non si possono spiegare unicamente all'interno di una comunità autoctona e autosufficiente, ma che implicano relazioni e aperture a varia scala.

Cevio è stato capoluogo di baliaggio, di circolo e di distretto, sede di una chiesa matrice, polo di servizi regionali, villaggio natale di notabili e di personaggi di primo piano, terra d'origine di artigiani provetti. Tutta questa storia, senza che ce ne accorgiamo, la ritroviamo ad ogni passo. A noi sembra poco più che insignificante, talvolta ingombrante, perché ci limita e ci ostacola nella frenesia che accompagna il bisogno di volere trasformare, ampliare e ammodernare. Vale forse la pena di stendere un elenco, succinto e ampiamente incompleto, di cose notevoli, poste qua e là nel villaggio: la piazza, la sede dei landfogti, la casa Respini con il pomposo portale, la chiesa della Beata Vergine del Ponte alla Rovana, la frazione seicentesca di Boschetto, lo straordinario quartiere borghese dei Franzoni, la chiesa parrocchiale di origine romanica con i sorprendenti dipinti, attribuiti in parte al '200, venuti alla luce nel corso del 2008. Quello che sorprende a Cevio, più che altrove, è l'accostamento dell'architettura sontuosa e signorile dei palazzi borghesi, con quella rurale e contadina che caratterizza, ad esempio, Boschetto, e con quella primitiva e arcaica della zona dei grotti. Accanto all'edilizia rurale, frutto di un'abilità innata di saper costruire l'essenziale con i materiali del posto, a Cevio e a Linescio era presente un nutrito gruppo di provetti artigiani che andavano ben oltre la capacità di tagliare e di lavorare la pietra, perché in grado pure di progettare e costruire edifici imponenti. Certo che in Valmaggia, e a Cevio in particolare, le opportunità di lavoro per questi veri e propri specialisti nel settore dell'edilizia erano molto ridotte e per poter dar sfogo al loro ingegno erano costretti a emigrare, specie in Val Chiavenna e Valtellina. Guido Scaramellini, storico chiavennasco, ha saputo riscoprire la presenza e le opere di lapicidi e mastri murari ticinesi tra il 1600 e il 1800. Dei 44 valmaggesi elencati da Scaramellini e operanti a Chiavenna, 25 era registrati come provenienti da Cevio, per tutti gli altri la provenienza valmaggese non era specificata, ma il cognome di 7 di questi indicava pure che l'origine andava cercata nel capoluogo. Furono artefici di ponti sulla Mera, della collegiata di San Lorenzo e di chiese, di palazzi borghesi. Qualche frutto di queste capacità lo troviamo anche a Cevio: il porticato dell'ossario con colonne e capitelli, i palazzi Franzoni con vistosi portali e balconi.

Come si può notare, non tutto si trova nell'archivio dei documenti cartacei. Se i manufatti hanno qualche possibilità di sfidare i secoli e di resistere alla tendenza di smantellare o di seppellire, altre preziose notizie e conoscenze, che vengono dal passato, sono ancora più labili, poiché prive di un supporto concreto. Sono affidate solo all'esperienza individuale e alla memoria del singolo. In questo caso l'archivio si costituisce durante l'intera vita di una persona e si estingue con la sua morte. Quanto sono vaste le conoscenze che può acquisire una persona nel corso della sua vita! Un enorme patrimonio di usanze, abitudini, racconti e leggende, canti, tecniche legate alle numerose attività agricole e artigianali, espressioni dialettali, riti religiosi e comportamenti sociali. Molti di questi aspetti, per fortuna, sono stati oggetto di documentazione e di studio da parte di storici, etnografi, linguisti, specialisti di antropologia culturale, ecc. Quindi non tutto è andato perso, molto è stato raccolto e parecchio studiato. Proprio nel caso di Cevio vale la pena ricordare, ad esempio, la tesi di laurea svolta da Michele Moretti e pubblicata nel 1988 con il titolo "La differenziazione interna di un continuum dialettale. Indagine a Cevio (TI)".

Quella che a Cevio, a mio modo di vedere, corre il pericolo di andar smarrita per sempre è la conoscenza approfondita dei nomi di luogo: essenziale per comprendere l'intimo rapporto che legava la popolazione al territorio, ambiente naturale e vitale. Il repertorio toponomastico consiste nella raccolta, nella localizzazione e nella descrizione di quella miriade di nomi di luogo che rendevano familiare ogni singola particolarità topografica e specificità vegetale, ogni bene privato o pubblico, nonché parecchie vicende umane e storie di umili personaggi lontani nel tempo. Questo è un particolare archivio che chiuderà per sempre a breve termine. In diversi villaggi della Valmaggia si è arrivati in tempo, in altri arrischia già di essere troppo tardi.

Il riordino dell'archivio patriziale di Cevio è certamente un bel passo avanti, fatto nel tentativo di valorizzare la storia locale. Se vogliamo continuare su questa strada sarebbe pure auspicabile un analogo lavoro di riordino dell'archivio del vecchio comune e della parrocchia. Molti altri interventi, specie quelli legati ai beni culturali e materiali, dovrebbero poi essere sempre presenti nell'attività ordinaria degli enti pubblici e nella politica culturale del comune. Quanto fatto dal Patriziato serve d'esempio, non solo in funzione della conservazione, ma pure in un'ottica volta al futuro. L'ammasso di carte vecchie, almeno nell'archivio patriziale, è ora diventato un insieme ordinato di carte vive.

BRUNO DONATI

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